Le Collezioni nel Museo

Foto

Porcellane Napoletane

Di primaria importanza nella raccolta sono le due fabbriche napoletane, sulle quali era fortemente appuntata l’attenzione del collezionista. La collezione della Real Fabbrica di Capodimonte (1743 – 1759), voluta da Carlo di Borbone e da lui tenacemente sostenuta, è forse la più ricca ed ampia del mondo. Composta di 115 pezzi, essa si impone per vastità, importanza e varietà degli oggetti. La Pietà, vera e propria scultura in scala contenuta realizzata dal capo-modellatore Giuseppe Gricci attorno al 1744-1745, nei primi anni della manifattura; il Minuetto, piccolo gruppo in porcellana bianca, che figura due giovani che incedono a passo di danza, sono fra le prime prove plastiche di Gricci ed ancora il grande vaso “Augustus Rex” decorato con fiori kakiemon, sono tutti espressione dell’alto livello raggiunto sin dai primi anni di attività della manifattura.

Ad essi si affiancano numerosi oggetti di vasellame decorato che consentono di seguire e di individuare i differenti tipi di decoro pittorico eseguiti dal capo-pittore Giovanni Caselli e dalla schiera dei suoi collaboratori e seguaci. Fra questi il bel servizio da caffè decorato con nature morte di frutta, tazze con scene di paesi, policrome o monocrome, tutti nello stile di Caselli. A Mariano e Giacomo Nani, pittori di nature morte, la cui attività è documentata alla manifattura di Capodimonte come specialisti di “animali e di cose naturali”, sono rispettivamente ascritti la coppa decorata con battaglie e la tazza puerperale con fiori di tipo occidentali. Sono inoltre presenti alcuni oggetti che illustrano i principali temi sfruttati dalla manifattura: le scene galanti, come il gruppo della Dichiarazione, i venditori ambulanti, la Lattaia e il Venditore di verdura.

E’ rappresentata anche la produzione tarda di Capodimonte nel Goffredo sulla tomba di Dudone, databile al 1758-59, per giungere ad alcuni pezzi eseguiti dal Gricci al Buen Retiro - la fabbrica creata in Spagna da Carlo di Borbone al suo arrivo in Spagna nel 1759 – tra i quali figura il gruppo di Tre gruppi con montone. Anche la Real Fabbrica di Napoli, che Ferdinando di Borbone fece aprire nel 1772, è presente in maniera consistente nella raccolta, sia con opere appartenenti al primo periodo, sotto la direzione di Tommaso Perez, sia del nuovo corso, legato alla direzione di Domenico Venuti, che assunse la carica di direttore nel 1779.

Durante la direzione Perez la produzione era ancora legata ad elementi di cultura rococò, a quel periodo è riconducibile la bella Coppia di contadini in porcellana bianca. Ma la vera svolta fu segnata dall’avvento di Venuti che introdusse nella manifattura il gusto e la cultura neoclassici, ispirandosi in primo luogo ai reperti di scavo che si andavano recuperando a Pompei ed Ercolano e che venivano illustrati nel volumi delle Antichità di Ercolano esposte. Primo prodotto di questo nuovo indirizzo fu il Servizio Ercolanese eseguito nel 1782 per essere inviato in dono a Carlo di Borbone a Madrid che venne decorato con soggetti tratti dagli affreschi ercolanesi; al museo Duca di Martina si conservano un piatto con una Centauressa con donzella e una coppia di burriere che sono stati messi in relazione con questo servito. Di gusto archeologico sono i due solitaires, la coppa biansata con piede con raffigurazioni di Ercole ed una serie di biscuit tra cui figura la riduzione della Flora Farnese, una Iside, e una redazione dell’Achille fanciullo col centauro Chirone, realizzati su modello del capo-plasticatore Filippo Tagliolini.

Accanto ai soggetti archeologici furono utilizzati per decorare le porcellane anche altri temi: le vedute – riprese dai maggiori repertori iconografici del tempo, soprattutto dal Voyage pittoresque di Saint-Non – e le vestiture del Regno, tratte dalle gouaches realizzate dai pittori D’Anna e Berotti, che illustravano in modo sistematico i costumi popolari nelle varie provincie.

Porcellane Francesi

Il soggiorno di Placido de Sangro a Parigi, documentato dal 1866 al 1869, deve ritenersi determinante per la formazione del nucleo delle porcellane francesi, numericamente non troppo vasto (circa duecento esemplari) ma ben selezionato e comprensivo di alcuni pezzi di notevole importanza.

La prima e più antica manifattura è quella sorta a Rouen, probabilmente nel 1673, e dovette produrre un numero limitato di oggetti, di questi è documentato nella raccolta un vaso decorato in blu cobalto sottocoperta, nello stesso repertorio decorativo di grottesche “alla Bérain”. Negli stessi anni si attivava la fabbrica di Saint Cloud, nel nord della Francia, a pochi chilometri da Parigi; fra i pezzi conservati al museo si ritrovano dei manufatti con decori di ispirazione orientale, come i rinfrescatoi decorati a chinoiserie e la tazza puerperale con fiori di pruno a rilievo. Il decoro a cineserie caratterizza la produzione di Chantilly, manifattura voluta da Luigi Enrico di Borbone, principe di Condé, che si ispira nella produzione direttamente alla raccolta di porcellane estremo-orientali riunita dal principe nel suo castello. Sono testimonianza di questo gusto la tazza puerperale, due cache-pots ed un bruciaprofumi sorretto da tigri, tutti in stile kakiemon e databili entro il 1740.

Quanto alla produzione della manifattura di Mennecy, anch’essa ben documentata nella raccolta, si ispira a modelli diversificati: sia i motivi decorativi in stile coreano di Saint Cloud e di Chantilly, che ai fiori e le figure di Vincennes e di Maissen. I risultati si possono vedere nei vasi da toilette con fiori di pruno a rilievo, ispirati a quelli cinesi, databili al 1730-1750 circa, o negli altri a fiori occidentali, databili al sesto decennio del secolo. E’ evidente come a partire dagli anni Cinquanta si faccia sempra più marcato l’influsso della manifattura di Vincennes-Sèvres che ben presto divenne la più importante fabbrica di porcellana in Francia. Nel 1745 e poi nel ’47 Vincennes ottenne una privativa per la fabbricazione della porcellana, privativa poi ulteriormente rafforzata nel 1753, in contemporanea al conseguimento della protezione del re.

Al museo Duca di Martina figurano alcuni fra i pezzi più importanti un vassoio da barbiere con bordo rocaille in oro databile al 1750 circa. Gusto Pompadour e grande perizia tecnica nell’uso di smalti brillanti e nella perfetta applicazione dell’oro sono evidenti nella brocca e bacile a fondo bleu celeste della metà degli anni Cinquanta; espressione di un gusto già ispirato all’antico è invece il rinfrescatoio parte di un servizio eseguito nel 1783 per Maria Antonietta su modelli di Louis Masson, anche di destinazione regale è la singolare coppa a forma di seno, posta su un sostegno a base triangolare terminante con protomi caprine, destinata alla latteria della regina nel Castello di Rambouillet.

Porcellane Tedesche e Inglesi

Testo in elaborazione.

Porcellane Italiane

La raccolta di porcellane italiane del museo è costituita anche da un cospicuo numero di porcellane toscane della manifattura dei marchesi Ginori di Doccia. Questa, fra le più importanti attive in Italia, è l’unica che riuscì a prosperare dal 1737 al 1896, si sviluppò grazie al grande senso imprenditoriale dei Ginori, che seppero tenere il passo coi tempi coniugando ricerche chimiche e tecnologiche con una produzione qualitativamente sempre elevata. La raccolta comprende pezzi di grande rilevanza come il gruppo di Tre putti con capra riferibile a Gaspero Bruschi e databile al 1745 circa, o le placche con la Notte e il Giorno, realizzate su modello di Massimiliano Soldani Benzi, tutte opere risalenti agli anni della direzione del fondatore della fabbrica, Carlo Ginori, morto nel 1757.

Al secondo periodo, sotto la direzione di Lorenzo Ginori (1751 – 1791) sono riconducibili i candelabri con Bacco e Cerere, su disegno di Balthasar Premoser e una scelta di tabacchiere fra cui quella detta degli ‘eresiarchi’. La raccolta di porcellane italiane è completata da piccole, ma notevoli, aggiunte di oggetti di altre manifatture, come lo straordinario boccaletto di porcellana della manifattura medicea, databile fra l’ottavo e il nono decennio del Cinquecento, che documenta, al più alto livello, il primo tentativo europeo - voluto da Cosimo I de medici – di imitare le porcellane cinesi.

Sono inoltre documentate anche la manifattura veneziana di Gemignano Cozzi, della quale sono da ricordare una coppia di Cinesi, datati al 1780 e una figura allegorica di Venezia, detta “La Serenissima”. Di un’altra manifattura veneta, quella di Nove presso Bassano, sono da ricordare alcune statuine femminili, un gruppo di contadini ed un grande gruppo con Giove che fulmina i giganti.

Foto

Porcellane di Meissen

Il forte interesse del duca di Martina per la fabbrica Sassone, la cui produzione si fa iniziare nel 1710, è ampiamente testimoniato da una vasta scelta di oggetti rappresentativi dell’intero arco della produzione, con particolare attenzione al periodo di piena maturità della fabbrica e con una evidente propensione verso il vasellame più che per la plastica. Gli esordi della manifattura sono rappresentati da una bella teiera e quattro tazze con decori in oro a rilievo e da un boccale con il monogramma AR (Augustus Rex) del fondatore della fabbrica Augusto il Forte di Sassonia, tutti databili al secondo decennio del Settecento.

Le porcellane decorate con fiori orientali e quelle di scene cinesi nello stile di Hörold risultano numerose e qualitativamente ben selezionate, grazie anche alla propensione del duca per l’Oriente e le chinoiseries. Esemplificativi di questi decori sono il piatto con scene cinesi e di porti, inseriti in fregi a lambrequins e la coppia di vasi da camino con figurazioni in riserve lobate su fondo lilla rosato, tutti databili verso il 1730-1735. Le cineserie e i fiori indiani vennero poi gradatamente soppiantati da decori più alla moda come paesaggi, cacce, scene ispirate a Watteau, insetti, fiori, uccelli spesso desunti da repertori incisi in dotazione alla fabbrica.

La raccolta napoletana comprende una vastissima campionatura di questo nuovo indirizzo stilistico: numerose sono le porcellane decorate a’fiori tedeschi’ come la coppia di eleganti tazzine con piatto a trembleuse e la grande zuppiera con impugnatura a forma di bimbo seduto, databili entro la prima metà del secolo. Accanto a tazze, piatti ed altro vasellame decorato con insetti, ampiamente rappresentate sono le scene pastorali e i soggetti galanti.

Come si è detto decisamente più ridotto è il gruppo delle statuine e delle plastiche che sembra avere colpito solo marginalmente il gusto del collezionista, è comunque documentata la produzione del capo modellatore Johann Joachim Kaendler, attivo a Meissen sin dal 1731. Nella raccolta sono presenti alcuni suoi gruppi galanti come il Concerto del 1744, realizzato in diverse versioni, o il Bacio.

Completano la raccolta delle figure plastiche alcuni animali, un genere molto frequentato dalla manifattura, tra gli esemplari più belli l’Upupa, la Leonessa e la Scimmia in marsina, appartenente ad una celebre serie satirica di scimmie musicanti di Kaendler.

Foto

Collezione de Sangro: Sezione d'Arte Orientale

Il piano seminterrato della villa ospita un’importantissima sezione di arti applicate orientali. Il consistente nucleo di arte estremo orientale, composto da oltre duemila oggetti, è uno dei più significativi della raccolta. Sin dal dopoguerra si era avvertita la necessità di provvedere alla creazione di spazi nei quali poter inserire questi oggetti in un’organica sistemazione museografica, concepita da Ezio Bruno De Felice fin dagli anni Cinquanta e inaugurati nell’attuale allestimento alla fine degli anni Novanta.

La ricchissima collezione proviene dagli acquisti effettuati da Placido de Sangro nella seconda metà dell’Ottocento tra Parigi, Londra e Napoli. In questa fase Placido de Sangro acquista porcellane ed altri oggetti orientali per lo più giunti sui mercati europei con le Compagnie delle Indie Orientali. I primi arrivi diretti di materiale orientale, soprattutto lacche e porcellane, risalgono ai secoli XVI e XVII, in seguito al sopraggiungere in Oriente dei Portoghesi prima e degli olandesi poi. Diventa così di moda per le corti europee e per le dimore aristocratiche utilizzare arredi cinesi e giapponesi. Il gusto per l’Oriente conosce l’apice nel XVIII secolo, quando i prodotti cinesi, dopo la parziale chiusura del mercato cinese nel periodo di transizione tra le dinastie Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911), tornano ad invadere l’Europa.

Particolare attenzione nella collezione è rivolta anche alla produzione giapponese, molto ricercata e di gran moda sin dagli inizi del Settecento. Anche la scelta degli oggetti di porcellana orientale che costituiscono la collezione del duca è da porre in relazione alle sue scelte collezionistiche operate nel campo delle porcellane occidentali, in particolar modo alle tipologie di oggetti che avranno maggiore successo in Europa e serviranno da modello ed ispirazione per le grandi manifatture europee.

Foto

Maioliche

La collezione di maioliche del museo è costituita da un cospicuo gruppo di vasellame realizzato in Europa – per lo più in centri italiani - tra la seconda metà del Quattrocento e il Settecento, al quale si va ad aggiungere un interessante nucleo di ceramiche islamiche.

La sezione di ceramiche ispano-moresche è costituita da vasellame in maiolica lustrata realizzato tra il XV e il XVIII secolo in alcuni centri dell’Aragona e della Catalogna. Si tratta di circa sessanta esemplari, per lo più albarelli e grandi piatti, tra i quali sono significativi gli albarelli dipinti in lustro a oro pallido, databili intorno alla metà del Qauttrocento . Sono rappresentati inoltre alcuni piatti prodotti nella Persia musulmana ed in Siria.

La maiolica rinascimentale, che comprende in prevalenza vasellame farmaceutico, è ben documentata nella collezione del duca di Martina, attraverso le varianti ornamentali delle officine operanti in molti centri della penisola. Tra gli esempi più antichi figurano i due vasi, databili alla metà del Quattrocento, con anse a torciglione, ascrivibili ad una bottega dell’Italia centrale. Alle officine di Deruta sono da assegnare alcune opere impreziosite dai riflessi metallici, ottenuti con l’applicazione del lustro in terza cottura.

Il nucleo di maioliche rinascimentali comprende inoltre alcuni esempi di vasellame da tavola, tra i quali ha particolare rilievo il piatto istoriato con il Giudizio di Paride di Orazio Fontana e il servizio puerperale realizzato ad Urbino, decorato con le tipiche ‘raffaellesche’.

La maiolica di età barocca ha raggiunto l’apice del successo grazie alla produzione dei maestri della famiglia Grue; il museo conserva diversi esemplari attribuibili a Carlo Antonio Grue, capostipite della famiglia, tra cui un piattello raffigurante Bacco e quattro grandi vasi con coperchio.

Vi è inoltre un gruppo di maioliche settecentesche che comprende vasellame prodotto in fabbriche liguri, napoletane, siciliane, pesaresi nonché una rara zuppiera con coperchio eseguita dalla Real Fabbrica di Caserta. Va infine segnalata la presenza di alcune maioliche straniere, in prevalenza francesi e olandesi, di eccellente qualità come il bel calamaio di Delft decorato a chinoiserie, databile nei decenni a cavallo tra Sei e Settecento.

Foto

Smalti e Avori

Gli avori romanici e gotici costituiscono, con gli smalti limosini, il nucleo principale degli manufatti medievali conservati al museo. La piccola raccolta spazia dagli avori bizantini del X secolo a quelli mosani dell’inizio del 1100, a quelli di epoca gotica, realizzati tra Parigi, il nord della Francia, la Spagna e l’Inghilterra, per arrivare poi a quelli italiani della scuola di Baldassarre degli Embriachi. Si tratta sia di oggetti di culto di piccole dimensioni: dittici, trittici e tabernacoli di uso votivo; che di preziosi accessori: astucci di specchio, pettini, corredi da toletta, table à écrire che segnano il passo all’evoluzione del gusto e dei costumi.

Di cultura romanica è il reliquiario in avorio di tricheco con Crocifissione e figure di Santi, prodotto nella Valle della Mosa all’inizio del XIII secolo, che segue nell’iconografia un prototipo più volte utilizzato in quell’area geografica. Fra gli avori gotici spicca per importanza la piccola edicola bifronte con Madonna con Bambino e la Crocifissione, partecipe della cultura sviluppatasi nell’Ile de France dal primo decennio del XIII secolo; mentre il Pettine con scene di vita cortese, di manifattura lombarda o veneta della metà del Quattrocento, mostra un’adesione alla cultura tardo-gotica tra Cristoforo Moretti e gli Zavattari. Sono presenti nella raccolta anche alcuni avori barocchi tra i quali il San Sebastiano, vicino alla cultura andalusa espressa nella prima metà del Seicento nelle opere di Alonso Cano ed ancora di un Boccale e un Calice tedeschi, intagliati e lavorati al tornio, testimoni della fortuna che ebbero i manufatti in avorio nel Settecento tra le corti di Baviera e di Dresda.

Il nucleo degli smalti di Limoges comprende sia smalti champlevés su rame, due e trecenteschi, che smalti dipinti per lo più cinquecenteschi. Tra i primi si collocano la cassetta-reliquiario di Santa Valeria e la frammentaria coperta di evangelario con Crocifissione. Il museo conserva anche una bella collezione di circa trenta smalti dipinti su rame tra i quali si distingue per importanza e qualità la placca con Crocifissione attribuita al Maestro del trittico d’Orléans, probabilmente parte di un trittico. Databile verso il 1510 la piccola Natività, montata in ebano e argento, riconducibile alla bottega del Maestro del trittico di Luigi XII. Testimoni della fortuna della nuova tecnica dello smalto a grisaille sono le tre paci con il Compianto sul Cristo morto, l’Annunciazione e la Crocifissione di Pierre Reymond databili al sesto decennio del Cinquecento.

Foto

Oriente, Mobili

Testo in elaborazione.

Vetri

Costituito da circa duecento pezzi, il nucleo dei vetri della collezione Placido de Sangro è fra quello di maggior rilievo fra i materiali non ceramici e comprende vetri veneziani e façon de Venice, un piccolo gruppo di cristalli boemi e inglesi ed alcuni vetri dipinti ed églomisés. La raccolta è rappresentativa delle tappe più importanti di svolgimento ed evoluzione del vetro muranese, tra i quali il vaso con piede a decorazioni foliate in smalto, databile alla fine del XV secolo e la coppa costolata dalle eleganti decorazioni puntinate in smalto ed oro, databile al primo quarto del Cinquecento. La perizia tecnica degli artigiani muranesi, capaci di ottenere forme sempre più complesse grazie all’ausilio di stampi entro cui realizzare il soffiaggio, è documentata dai calici con coperchio, arricchiti da mascheroni.

Nel Seicento si affermarono in tutta Europa centri fiorenti di lavorazione del vetro, grazie agli intensi cicli migratori degli artigiani muranesi; nonostante ciò l’arte vetraria di Murano continuò a rinnovarsi abbandonando le forme rinascimentali in favore di una crescente esuberanza ornamentale già barocca testimoniata dalla piccola ampolla a reticello e a “retorti” e più tardi, nel Settecento dalla larga produzione di vetri lattimi, opalini, o vetri colorati imitanti le pietre dure, come il bel boccaletto con coperchio in vetro calcedonio o la tazzina con piattino a trembleuse.

La raccolta è completata da una serie si pezzi realizzati à la façon de Venice, che attestano la fortuna del vetro muranese: tra questi il calice catalano a forma di tulipano e la bottiglia dal corpo schiacciato, con fili in vetro lattimo. Va infine ricordato un piccolo nucleo di vetri dipinti o églomisés, piccole lastre decorate mediante l’applicazione sul retro di foglie d’oro e di colori a freddo, fra cui la Adorazione dei pastori riconducibile alla bottega lombarda dei Decio, databile tra il 1530 e il 1535.